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Topografia dell'area di Castel Nuovo: tra Partenope e Neapolis

antica mappa topografica della città
Neapolis e il suo territorio

L'indagine archeologica eseguita a Castel Nuovo, oltre a fornire nuove e importanti informazioni sul castello di età angioina, ripropone il problema della topografia dell'area in età greco-romana.

Il monumento si colloca nella fascia costiera compresa fra Partenope e Neapolis. Quest'ultima, fondata intorno al 470 a.C., si estende nella parte del centro storico delimitata da via Foria a Nord, c.so Umberto a Sud, via Carbonara ad Est, via Costantinopoli ad Ovest. Ben noti ne sono l'assetto urbano, esempio unico di sopravvivenza dell'impianto viario greco in quello attuale, e le principali fasi cronologiche.
 
Non altrettanto conosciute sono le modalità insediative di Parthenope. La sua fondazione si deve ai Calcidesi di Cuma e rientra nella politica di espansione di tale città che almeno dalla metà del VII sec. a.C., con la creazione di scali navali, interessa il golfo di Napoli. Il sito è ubicato sul promontorio di Pizzofalcone che ben risponde ai requisiti naturali di un insediamento arcaico a valenza emporica. Il porto in origine doveva essere un semplice approdo localizzato nell'ansa costiera ad est di Pizzofalcone nell'area ora occupata da piazza Municipio e piazza Plebiscito. Ad esso dalla tradizione letteraria sono connessi la tomba ed il luogo di culto della sirena Parthenope. Lo stesso porto continua forse ad essere utilizzato in rapporto a Neapolis anche se un altro approdo viene ipotizzato più ad est, in corrispondenza dello sbocco di via Mezzocannone.

I dati archeologici relativi a Parthenope sono pochi e frutto di rinvenimenti occasionali. Una necropoli databile dalla metà del VII al IV sec. a.C. è venuta in luce in via Nicotera. Al percorso viario di collegamento da Neapolis a Parthenope sono connesse le tombe scoperte a piazza Carità, alle vie S. Tommaso d'Aquino, S. Giorgio dei Genovesi, S. Giacomo, G. Verdi, piazza Municipio, palazzo Reale. Non conosciamo la consistenza di tali aree sepolcrali, nè la loro precisa cronologia.
 
Sicuramente alla fine del V sec. a.C. risale la tomba a ricettacolo di via S. Tommaso d'Aquino, un altro nucleo di sepolture databili almeno per i corredi più antichi al V sec. a.C. è quello venuto alla luce alla fine del secolo scorso nei pressi del Municipio. All'abitato di Parthenope deve essere ascritto uno scarico di ceramica genericamente datato in età arcaica recuperato in via Chiatamone dove era fluitato dall'alto della collina di Pizzofalcone. Infine un elemento di straordinario interesse consiste nel rinvenimento in via S. Giacomo nei pressi del Municipio di un muro in blocchi di tufo di VI sec. a.C., distrutto in IV sec. a.C., in cui gli scopritori hanno riconosciuto un apprestamento del porto, forse con funzione di delimitazione e difesa.

Alle evidenze del periodo arcaico si affiancano quelle di età romana che coincidono con la villa di L. Licinio Lucullo, il "Lucullanum", una delle sfarzose residenze che dalla fine dell'età repubblicana occupano la fascia costiera occidentale del golfo di Napoli. Il complesso si sviluppa per considerevole estensione, a tal punto che secondo alcuni da Pizzofalcone e Castel dell'Ovo (l'antica Megaride) raggiunge l'area di Castel Nuovo. Alla villa appartengono le strutture monumentali scoperte agli inizi di questo secolo in via S. Lucia. Altri resti sono stati individuati di recente nell'area di Castel dell'Ovo, dove indagini archeologiche subacquee hanno rivelato strutture di età imperiale sommerse a causa del bradisismo discendente.

 
frammenti di anfora antica
Frammenti di anfora panatenaica, sec. IV a. C.

Alla villa, diventata di proprietà imperiale, si sovrappone poi dalla metà del V sec. d.C. un castrum, un sobborgo fortificato che continua a vivere sino ad età medioevale.

Le indagini condotte a Castel Nuovo hanno in primo luogo apportato nuovi elementi per la comprensione del paesaggio del sito, oggi profondamente modificato dalla costruzione dell'edificio aragonese e dai riempimenti artificiali di piazza Plebiscito e piazza Municipio. Esse, unitamente ad una campagna di prospezioni geoarcheologiche eseguite nel monumento e nell'area circostante, dimostrano che il castello occupa un rilievo tufaceo, rinvenuto a quota relativamente superficiale nell'area del cortile interno, digradante in modo accentuato sia ad est verso il mare sia a Nord. A settentrione emergono livelli di spiaggia che si riscontrano al di sotto dei giardini di piazza Municipio. Tale rilievo doveva pertanto costituire una sporgenza che articolava ulteriormente l'insenatura ad est del promontorio di Pizzofalcone.

Al di sopra del banco tufaceo sono apparsi straordinariamente conservati distinti depositi vulcanici che si sovrappongono, a partire dall'eruzione flegrea cd. delle pomici principali (9000 anni fa) sino a quella vesuviana cd. delle pomici di Avellino (2000 anni fa). Tali depositi ed i paleosuoli ad essi intercalati costituiscono a nord il pendio con cui la rocca tufacea si raccorda alla spiaggia, sul quale si impostano le strutture murarie di epoca romana.

Uno dei carotaggi eseguiti all'interno del castello ha inoltre rilevato tracce di frequentazione dell'età del bronzo antico documentate da frammenti di impasto rinvenuti nel paleosuolo presente al di sotto della cinerite dell'eruzione di Avellino.

Lo scavo non ha messo in luce strutture anteriori all'età romana a causa della distruzione dei livelli archeologici corrispondenti provocata dalla costruzione degli edifici più recenti. Un interessante indizio di una frequentazione più antica dell'area è rappresentato dal rinvenimento, in giacitura secondaria, di due frammenti di un'anfora panatenaica inquadrabili nel IV secolo a.C..

Il vaso, che costituisce uno dei premi guadagnati dagli atleti negli agoni panatenaici di Atene, deve forse fare parte del corredo di una sepoltura ubicata non lontano dall'area di Castel Nuovo.

Imponente risulta la fase di età romana, dall'età augustea alla tarda età imperiale, attestata da strutture dalla pianta articolata: forse settori di edifici a destinazione termale pertinenti ad uno stesso ampio complesso monumentale. Questo si adatta al paesaggio antico sfruttando i dislivelli naturali per soluzioni architettoniche a carattere scenografico. L'organizzazione planimetrica dei resti, la collocazione topografica su un rilievo proteso sul mare, consentono di farvi riconoscere una delle ville d'otium del golfo di Napoli. Suggestivo a questo punto sembra riprendere l'ipotesi di identificarvi il Lucullanum confermando le già ricordate teorie di illustri studiosi della topografia napoletana.

Il complesso entra in crisi agli inizi del VI sec. d.C., momento in cui alcuni vani risultano riempiti da strati di riporto artificiali per essere successivamente occupati da una fitta necropoli.
Nonostante la scomparsa di tale antico sito, un ricordo delle originarie funzioni traspare nel toponimo di S. Maria ad Palatium riferito ad un monastero francescano che agli inizi del XIII secolo viene eretto nell'area.

Le cortine murarie del castello angioino prima, ma soprattutto la grande costruzione aragonese poi, cancelleranno infine le tracce degli edifici preesistenti e, modificando l'orografia, ingloberanno l'originario pendio e amplieranno la superficie utile per gli spazi costruiti.

 
 
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