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il castello angioino

antichi resti in pietra
Fig.1 - Cortina di terrazzamento verso il mare di età angioina

Negli ambienti indagati sono emerse importanti testimonianze relative all'impianto originario di Castel Nuovo. Imponenti strutture murarie, realizzate in tufo giallo napoletano, sono venute alla luce presso i muri perimetrali dell'attuale edificio. Esse corrispondono alle cortine murarie del castello angioino: delimitano e fortificano uno spazio occupato in parte dall'edificio palaziale, in parte da orti e giardini.

 
pianta del castello con individuazione di ambienti e percorsi
planimetria

Alla cortina orientale esposta verso il mare (M), con tracce d'erosione eolica, si appoggia una struttura (L), forse connessa ad una delle torri intermedie costruite su questo fronte (fig. 1)

Il muro orientale prosegue verso nord, raccordandosi probabilmente alla struttura (S) riutilizzata come fondazione del limite est dell'ambiente 3. Questa si congiunge ad un'altra cortina, con direzione est-ovest (O-N), scoperta nel settore nord degli ambienti 2 e 3. Ortogonali ad essa si estendono sia ad Est sia ad Ovest due setti murari (RQ) di analoga tecnica edilizia.
 
L'articolata planimetria dell'area settentrionale potrebbe confermare quanto trasmesso dalle fonti storiche, che indicano sul versante settentrionale l'accesso al castello angioino, munito da strutture difensive, quali rivellini e barbacani. Il cortile dell'originario castello doveva presentare un perimetro simile all'attuale; un tratto del suo muro occidentale (Z) si può riconoscere nella fondazione sottoposta all'elevato attuale e allineata con la Cappella Palatina. Ad Est, corre parallelamente un'altra grande struttura di fondazione (P). Entrambi i muri sono collegati a setti murari orientati in senso est-ovest (U, V), probabili divisori relativi ad ambienti del palazzo.

Ad oriente di questa zona, in cui doveva svilupparsi il nucleo residenziale, si trova un'area aperta, caratterizzata dalla presenza di muretti (X-J-K) e buchi di palo, forse relativi a parziali recinzioni e porticati lignei. Nel settore sud-est si collocano canalette (W) ed un tubo fittile invetriato (Y), funzionali al deflusso delle acque. Accumuli di terre nere, tipiche degli orti medievali urbani, occupano lo spazio a nord-est. In connessione con gli spazi aperti orientali era l'ambiente voltato (T) destinato a "butto" del castello

 

Il butto del castello angioino

antichi resti in pietra di mura del castello
Fig.2 -Veduta d'insieme del "brutto" e del muro di età angioina

Nell'ambiente 2 è stata individuata una struttura a pianta rettangolare irregolare (T) coperta da una volta, sulla quale poggiava un solido battuto pavimentale. Si tratta di un "butto", forse con fondo assorbente, usato come discarica - immondezzaio (fig. 2).

In esso confluiscono due indotti, ubicati sui lati occidentale ed orientale, per lo scarico di acque reflue e di rifiuti solidi. Sul lato meridionale presenta inoltre un canalino, con pendenza verso l'esterno, un "troppo-pieno" per facilitare il deflusso dei liquami ed evitare la saturazione. Esso è stato realizzato con elementi architettonici romani di riutilizzo: inclinato verso l'esterno, convogliava i liquidi nell'area aperta orientale, sfruttando un'antica superficie in cocciopesto.
 
I muri in blocchi di tufo talvolta regolari, talvolta semplicemente sbozzati, non sono intonacati e sono spessi 18-20 centimetri. Essi costituiscono una sorta di rivestimento effettuato contro terra, senza alcuna funzione strutturale, in quanto la volta a botte, in opera cementizia, scarica le sue spinte sulle strutture romane sottostanti. L'altezza della volta condiziona quella del pavimento soprastante, determinando uno sfalsamento di quota rispetto alla risega della grande struttura settentrionale (N-O).
 
Il butto, che sembra essere compreso nella fascia orientale esterna, è strettamente connesso al muro di età angioina (P) situato ad ovest, cui si lega uno dei due indotti di scarico. Gli ultimi scarichi nell'ambiente, colmato di terra fino alla sua sommità, risalgono probabilmente alla metà del Quattrocento, durante la costruzione del nuovo castello. A quel momento si fa risalire un taglio operato nella volta e nel pavimento soprastante. Sebbene non sia stato possibile individuare una chiara stratigrafia, il rinvenimento di ceramica quattrocentesca nei livelli superiori del butto è da attribuire all'ultimo utilizzo della struttura. Il riempimento, caratterizzato dalla presenza di cenere diffusa, ha restituito ceramica fine da mensa, da cucina, contenitori dalle superfici interne coperte di squame di pesce, utensili di ferro per uso artigianale, elementi di serrature e porte, un ferro di cavallo, una spada corta, oggetti d'ornamento personale, una considerevole quantità di chiodi e moltissime ossa animali.

Complessivamente il materiale archeologico relativo alla vita del butto può essere compreso fra la fine del XIII e la prima metà del XV secolo. I ritrovamenti lasciano ipotizzare che il butto fosse collegato ad ambienti di servizio del castello angioino, sia quelli destinati alla cucina sia alle attività artigianali.

 
antico boccale in bronzo
Boccale in bronzo

Fra gli utensili d'uso domestico l'esistenza di due vasi di bronzo ed un tegame biansato anch'esso in bronzo, legati ad una produzione aulica, sono da ritenersi testimonianze eccezionali per uno scavo archeologico urbano, per la loro rarità ed integrità. Il boccale è stato realizzato secondo la tecnica "a fusione": il beccuccio e l'ansa erano distaccati dal corpo, mentre in corrispondenza del versatoio la superficie presenta nove forellini, forse in funzione di filtro per la bevanda. Il manufatto era provvisto di un coperchietto, andato perduto, collegato al manico da un piccolo cardine orizzontale che ne permetteva l'apertura .

La brocca, con alto collo cilindrico e corpo globulare rastremato, è stata realizzata in lamina martellata. Una fascia bronzea con chiodi ribattuti è applicata intorno all'orlo, forse parte di un restauro. Entrambi i vasi presentano una morfologia poco consueta nella toreutica basso-medievale se si considerano, come possibili termini di paragone, le raffigurazioni iconografiche italiane coeve, relative a scene di mense e nascite. Tale circostanza farebbe pensare che si tratti di manufatti d'importazione, ipotesi che può essere suffragata solo dall'approfondimento dello studio in corso.

D'altra parte il rinvenimento nel butto di un bacino ad impasto siliceo e decorazione in blu sotto vetrina alcalina, del tipo "Raqqa", prodotto fra la fine del XII e la prima metà del XIII secolo in ambiti siriani o egiziani, attesta contatti con civiltà ben lontane. Altri due frammenti simili, provenienti dallo scavo di Piazza Dante e da un diverso contesto stratigrafico di Castel Nuovo, confermano l'esistenza di rapporti fra Napoli ed il mondo islamico e la possibilità, per le maestranze artigiane locali, di ricevere e rielaborare stimoli culturali derivanti da realtà diverse

 
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