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i 116 patrioti

il portone di palazzo San Giacomo
 
la lapide marmorea che si trova a sinistra del portone di palazzo San Giacomo

Terminata la costruzione del palazzo dei Ministeri di Stato, ai lati del portone principale furono apposte due lapidi a celebrazione dell'intervento edilizio che aveva trasformato un disordinato spazio urbano in "un unico isolato di fabbrica, cioè l'Isola di San Giacomo".

Caduto il Regno delle Due Sicilie, alle targhe fu riservato lo stesso destino toccato ad altri elementi decorativi che ricordavano la dinastia borbonica (vedi 1860, via i gigli e eliminare quei re): furono rimosse e al loro posto, nel 1865, vennero sistemate le lastre marmoree che ancora oggi affiancano l'entrata del palazzo.

Con le nuove lapidi si celebrò il ricordo di 116 patrioti giustiziati per aver dato vita, nel periodo tra il 1794 e la fine del Regno duosiciliano, ad episodi di insorgenza contro la monarchia borbonica.

Le iscrizioni sono incorniciate da un insieme simbolico che allude, con i fasci littorii posti ai lati e le catene con anello spezzato sistemate in basso, alla conquista dell'unità e della libertà nazionale italiana; lo stemma civico, in alto, è sovrapposto a rami di quercia e di alloro, piante che emblematicamente ricordano l'eroismo e ne celebrano la gloria.

 
la lapide marmorea che si trova a destra del portone di palazzo San Giacomo

le vicende

brevi cenni sugli eventi ai quali hanno partecipato i 116 patrioti.
 
Gli ideali della Rivoluzione francese raggiunsero presto il Sud della penisola infiammando i cuori e le speranze di quanti anelavano al cambiamento di governo nel Regno di Napoli e di Sicilia.
Nel 1794 fu scoperta una cospirazione, concepita nei neo-costituiti circoli giacobini, che sembrò coinvolgere anche eminenti personalità del Regno. Vennero arrestate 53 persone delle quali tre condannate dall'Alta Corte alla pena capitale.

Ma con l'avanzata delle truppe francesi in Italia ed il loro ingresso a Napoli, l'ideale rivoluzionario ebbe l'occasione per concretizzarsi: il 21 gennaio 1799 venne proclamata la nascita della Repubblica napoletana.
L'esperienza repubblicana durò solo fino al mese di giugno dello stesso anno quando l'armata sanfedista, guidata dal cardinale Fabrizio Ruffo dei principi di Scilla e appoggiata dalle navi inglesi comandate dall'ammiraglio Orazio Nelson, restituì le province meridionali e la città alla corona.
Fu dato il via, quindi, ad un lungo periodo di dura reazione che vide nella piazza Mercato il principale teatro delle numerose esecuzioni capitali.

Tramontato l'astro di Napoleone, concluso nel Regno di Napoli il cosiddetto Decennio francese e avviata la seconda restaurazione, non cessò comunque il diffondersi dei sentimenti di unificazione nazionale.
Veicolo per la diffusione degli ideali unitari e costituzionali furono le società segrete che contarono numerosi membri tra le fila dell'esercito murattiano prima e borbonico poi. Nel luglio del 1820, guidata da due ufficiali di cavalleria, ebbe inizio la rivolta che portò il re Ferdinando I a concedere la Costituzione.
La decisione del re non fu approvata dai sovrani di Austria, Prussia e Russia che "invitarono" Ferdinando di Borbone a partecipare ad un congresso nella città di Lubiana. I risultati furono: l'intervento dell'esercito austriaco, che entrò in Napoli il 23 marzo 1821, l'abolizione della Costituzione e l'incarico conferito dal re al ministro di Polizia, Antonio Capece Minutolo principe di Canosa, di punire con severità i responsabili della rivolta.

Le società segrete, nonostante l'incessante controllo da parte del governo, continuarono ad esercitare il proselitismo e la diffusione delle idee unitarie e repubblicane. Nel 1823 a Napoli, a Capua, a Lanciano e nella provincia di Principato Citeriore furono scoperte nuove sette di ispirazione giacobina e la forca riprese la propria lugubre attività.

Nel 1828 alcuni membri della setta carbonara detta dei Filadelfi, con l'appoggio di parte della popolazione, innescarono la rivolta nel collinoso Cilento. La reazione fu immediata e reparti dell'esercito, guidati dal Maresciallo di Campo marchese Francesco Saverio del Carretto, accerchiarono la zona costringendo alla resa la quasi totalità dei rivoltosi. Il processo si tenne subito e per i condannati alla pena capitale fu stabilito: morte per fucilazione nonché, quale monito ai cittadini, teste spiccate dai corpi ed esposte in gabbie di ferro.

Nelle province del Regno non cessarono gli episodi di rivolta e sul finire del 1847, il comitato insurrezionale di Napoli decise di appoggiare un piano di sollevazione che avrebbe preso il via contemporaneamente a Messina, Reggio Calabria e nel distretto di Gerace. Il tentativo non ebbe successo e la reazione portò ad altre esecuzioni capitali.

Il tramonto del regno borbonico era ormai vicino quando l'8 dicembre 1856 a Napoli, al Campo di Marte, durante la rivista alle truppe in onore dell'Immacolata Concezione, un soldato ventiseienne uscì dai ranghi e raggiunto il re Ferdinando II che era a cavallo, gli vibrò una baionettata. Il colpo, deviato per caso, provocò solo una ferita superficiale. L'attentatore, Agesilao Milano, fu impiccato cinque giorni dopo al largo del Cavalcatoio (l'attuale piazza San Francesco, fuori Porta Capuana).

 

i 116 nomi

Sulle lapidi l'elencazione dei nomi fu svolta seguendo l'ordine alfabetico. Nelle due schede elaborate si è preferito ordinare i nominativi in riferimento all'anno in cui si svolsero gli eventi.

I cenni biografici sono tratti da:

  • Francesco Lomonaco, Rapporto al cittadino Carnot sulla catastrofe del 1799, con cenni sulla vita dell'autore, note e aggiunte di Mariano D'Ayala, Napoli, 1861
  • Pietro Colletta, Storia del reame di Napoli, Milano, 1967
  • Benedetto Croce, La rivoluzione napoletana del 1799, Bari, 1968
  • Benedetto Croce, Storia del regno di Napoli, Bari, 1980
  • Vincenzo Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, Milano, 1966
  • Carlo De Nicola, Diario napoletano, 1798-1825, Napoli, 1906
  • Atto Vannucci, I martiri della libertà italiana dal 1794 al 1848, memorie raccolte da..., Milano 1877-1880
 
 
 

Bernardo Leonardi

 
 

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