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"Ut pictura poesis". Mostra di Armando Arpaja

Dal 27 luglio al 29 agosto a Castel dell'Ovo, Sala delle Terrazze. Inaugurazione martedì 27 luglio ore 16.00

“Vedere” Roma, e saperla vedere, per ritrarre certi suoi particolari lineamenti, compresi i nei, le rughe, le magagne. Questa fu la mia prima occupazione e la costante preoccupazione, innamorato con estrema  razionalità del paesaggio e dell’arredo urbano di una città perpetuamente sul filo del collasso civico e sempre in vena di disinvolto ripudio delle proprie tradizioni. I miei “prospetti” romani ebbero perciò anche il merito di riflettere una situazione reale che andava al di là della  impresa pittorica. Suggerita dall’affetto natale ai pennelli già tanto carichi di simpatie romane, la predilezione mi è venuta via via maturando, stimolata da precisi raccordi culturali, e sempre con l’ausilio di una esperienza tecnica. Fino a trovare un’armoniosa intesa tra la tavolozza e il tanto discusso e “difficile” colore di Roma. Un attento impaginatore della pittura. Persone o ambienti si delineano con estrema nettezza nei miei dipinti. Il colore steso quasi sempre con parsimonia, talora abraso con la spatola, dà alle scene un'atmosfera immobile e metafisica. Nei soggetti della Grecia moderna, uomini e cose, queste qualità assumono un valore ancora più immane.

“La  Terra può trasmettere un senso, un invito, non chiedendo nulla, non rifiutando e soprattutto non escludendo nessuno”. L’Arte non conosce  frontiere, né si lascia suggestionare o condizionare da integralismi politici o religiosi. La mia figurazione è un’annotazione di ricordi incontrollabili, evocati al di là del bene e del male. Attimi “irripetibili” sono colti freneticamente dal segno e dal colore, amalgamati insieme formano una pittura corposa dalla bellezza “consumata”.

In essa c’è qualcosa di “sconosciuto”: un’eco anticlassica che esalta il corpo inquietante della pittura. Segno e colore lottano insieme per svelare lo spessore nascosto del desiderio. Il suo riverbero misterioso rovescia l’apparente ovvietà compositiva, in un equilibrio esasperato tra astrazione e figurazione. La bellezza consumata nella pittura, è pertanto un tracciato materico enigmatico, dove il vero e il reale non hanno più alcun senso. Il mio dipingere sembra quasi sempre  “impreciso”, per privilegiare l’impronta problematica del segno-colore. Il mio gesto è stremato, e poggia sull’erotismo del desiderio.
 
Locandina della mostra
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