Descrizione
Per diventare chirurga servono anni di studio, preparazione, sacrifici e una disponibilità professionale che spesso non conosce orari. Ma che cosa succede quando alla sala operatoria si aggiungono la maternità, la gestione della famiglia e l'ambizione di raggiungere ruoli di responsabilità? È in questa domanda, prima ancora che nella richiesta di parità, che si concentra una delle sfide aperte della medicina contemporanea: fare in modo che il talento delle donne non debba misurarsi con ostacoli che l'organizzazione del lavoro potrebbe contribuire a rimuovere.
I numeri arrivano dalla Germania. Una ricerca pubblicata nel 2026 sulla rivista scientifica Updates in Surgery, basata sulle risposte di 432 chirurghi e specializzandi, ha rilevato che il 46,2% delle chirurghe coinvolte aveva rinviato la maternità per ragioni professionali. L'82,5% riferiva conseguenze negative della maternità sul proprio percorso lavorativo. Percentuali relative al campione esaminato, che non possono essere automaticamente estese all'intera categoria o all'Italia, ma che riportano al centro una questione tutt'altro che individuale: quanto pesa l'organizzazione del lavoro sulla possibilità di costruire una carriera senza rinunciare a una parte della propria vita?
È da qui che parte Women & Work – Per un futuro inclusivo del lavoro, il congresso congiunto promosso da Women in Surgery Italia (WIS) e Consiglio Nazionale Donne Italiane, in programma venerdì 16 ottobre all'Istituto dei tumori di Napoli. A presiedere l'incontro saranno Daniela Rega e Ornella Cappelli. Al tavolo esperienze provenienti dalla sanità, dalle istituzioni, dall'impresa, dallo sport e dalla musica, con l'obiettivo di trasformare il confronto sulle disuguaglianze in proposte concrete. La questione non riguarda soltanto la possibilità di conciliare lavoro e famiglia. Investe anche l'accesso alla formazione, la distribuzione delle opportunità professionali, il riconoscimento delle competenze e la possibilità di arrivare ai vertici delle strutture sanitarie. La presenza femminile nella chirurgia cresce, ma non allo stesso ritmo in tutte le specialità. Uno studio pubblicato nel 2026 sul World Journal of Surgery, che ha analizzato i dati statunitensi dal 2013 al 2025, mostra che nell'anno accademico 2024-2025 le donne costituivano il 53,4% delle candidature alla formazione specialistica in chirurgia plastica. La percentuale scendeva al 33,2% in chirurgia vascolare, al 31,6% in chirurgia toracica, al 27,4% in neurochirurgia e al 23,8% in ortopedia. Non si tratta di percentuali relative alle posizioni di vertice, ma di candidature alla formazione specialistica: un dato importante per capire chi prova a entrare in queste discipline e quanto restino differenti le opportunità tra un settore e l'altro. Il problema, dunque, non si esaurisce nell'accesso. Una volta entrate nella professione, le donne devono poter contare su percorsi di crescita trasparenti, occasioni di ricerca, sostegno alla genitorialità e riconoscimento del lavoro di tutoraggio e formazione. E allora che fare?
L’Assessora alle Pari Opportunità del Comune di Napoli, Emanuela Ferrante ha dichiarato: «La piena partecipazione delle donne alla vita professionale richiede condizioni capaci di garantire pari opportunità di crescita e di conciliare responsabilità lavorative e familiari. Nessuna donna dovrebbe essere posta davanti alla scelta tra carriera e maternità. In un settore complesso e altamente qualificato come quello sanitario, valorizzare il talento femminile significa rimuovere gli ostacoli che ancora rallentano i percorsi professionali e promuovere una cultura del lavoro realmente inclusiva».
«La parità professionale – dice Daniela Rega nella doppia veste di chirurga del Pascale e presidente di WIS - non può essere affidata esclusivamente alla determinazione delle singole donne. Richiede scelte organizzative, responsabilità condivise e condizioni che consentano di valorizzare le competenze lungo tutto l'arco della carriera. Per la chirurgia, in particolare, la posta in gioco riguarda anche la capacità delle istituzioni sanitarie di sostenere e trattenere professionalità qualificate, offrendo alle nuove generazioni prospettive di crescita compatibili con una vita personale. Perché dietro la domanda su quante donne arrivino a diventare chirurga, responsabile o direttrice di una struttura, ce n'è un'altra, ancora più concreta: quali condizioni permettono loro di esercitare il proprio talento senza dover pagare un prezzo sproporzionato nella vita privata?».
Domanda a cui risponde per ora il direttore generale dell’Irccs partenopeo, Maurizio di Mauro: «Un sistema sanitario moderno – dice il manager - deve saper valorizzare le competenze e il talento delle persone, creando condizioni di lavoro che consentano a ciascuno di crescere professionalmente senza essere costretto a rinunciare a una parte importante della propria vita. In un ambito complesso come quello della sanità, garantire pari opportunità, sostenere la genitorialità e favorire percorsi di carriera trasparenti significa investire nelle professionalità, nella capacità di innovazione e nel futuro stesso del servizio sanitario. Come Istituto Pascale, riteniamo fondamentale contribuire a una cultura organizzativa che riconosca il valore delle donne e degli uomini, mettendo ciascuno nelle condizioni di esprimere pienamente le proprie capacità».
Ma la discussione non finisce con gli interventi scientifici. Alle 20.30, al Teatro Cilea, la giornata prosegue con Le Medichesse, uno spettacolo che porta in scena le esperienze delle donne medico e affida al teatro ciò che spesso resta fuori dalle statistiche: le emozioni, i conflitti, le rinunce e il significato personale di una professione dedicata alla cura. Il progetto è stato ideato da Daniela Gianola, Fabiola Bologna e Silvia Barbieri ed è nato da un laboratorio di scrittura autobiografica curato dalla scrittrice Adriana Lorenzi. I testi, scritti dalle dottoresse dell'Associazione Italiana Donne Medico, intrecciano testimonianze provenienti da diverse parti d'Italia. Le storie raccontano il rapporto tra lavoro e famiglia, le discriminazioni di genere, la passione per la medicina e la ricerca di umanità nella relazione con il paziente. A fare da filo simbolico è Igea, dea della salute e dell'igiene, interpretata da Francesca Lascala. La sua presenza accompagna il pubblico in un percorso nel quale la figura della medica non è soltanto quella della professionista chiamata a decidere, intervenire e curare, ma anche quella della donna che costruisce relazioni, affronta difficoltà e cerca un equilibrio tra responsabilità diverse.
Il palcoscenico diventa così il secondo luogo della giornata: dopo l'analisi dei dati e il confronto sulle politiche del lavoro, la parola passa alle esperienze individuali. Non per sostituire la ricerca con l'emozione, ma per dare un volto alle questioni che i numeri mettono in evidenza.